S'arriva alla lochescion che mentre cerchiamo parcheggio, mangiamo panini con salame e facciamo i biglietti (e ci facciamo annullare la mano con un improbabile timbro da ufficio postale), il primo gruppo locale, tali Logo, già finiscono di suonare l'ultima canzone. Non classificati.
Ci si posiziona in zona più o meno tranquilla, a dovuta distanza da pogatori assassini e sudati e ubriachi di vino in lattina da 2 litri (ché fa schifo quando 'sti tipi sudati e pelosi e senza maglietta ti si strofinano sulle braccia, lasciandoti unto ed appiccicaticcio). Attaccano i Leitmotiv, e sono un'ottima sorpresa: eclettici, veloci, a tratti quasi indemoniati, un po’ Litfiba vecchio stile, un po’ Cramps, un frontman abbastanza schizzato da saper catalizzare l'attenzione del pubblico: una piacevole scoperta.
Ed è il turno degli Spread Your Legs, freschi di esperienza fiorentina all'Italia Wave, il gruppo che volevo vedere da tempo.... C'è carica e grinta, ci sono i Bloc Party che incontrano i Franz Ferdinand, ma non capisco la necessità per un gruppo salentino di parlare in inglese a Gallpoli durante gli intermezzi; continuo a non capire perchè esordire sul palco urlando il proprio nome e incazzarsi perché il pubblico non fa la riverenza (e poi ripetere la scenetta più o meno dopo ogni canzone); tutto molto scenografico, tutto molto british style, per carità, ma Liam Gallagher lo faceva a New York, lo stesso giochino, e non nello Stadio Comunale di Gallipoli. In futuro, forse, capirò... forse. I pezzi sono trascinanti, i riferimenti musicali sono moooooolto evidenti, le chitarre sprigionano un massiccio muro sonoro, peccato solo che qua e là il tutto risulti un po’ troppo confuso e impastato. Poteva andare meglio, Glastonbury può attendere...
Tocca ai big: i Tre Allegri Ragazzi Morti sono una garanzia, quasi vent'anni passati a portare in giro per l'Italia "l'incerdibile spettacolo de la vida, l'incredibile spettacolo de la muerte". I nuovi pezzi dall'ultimissimo album La Seconda Rivoluzione Sessuale si alternano con i classici della band di Pordenone, El Tofo e compagni, maschere calate sul volto, suonano le loro "stupide" canzoni rock'n'roll ed è impossibile restare fermi. Alice in Città, Batteri, La Salamandra, Si Parte, Il Mondo Prima, Catena, Il Principe in Bicicletta, sono solo alcuni dei brani suonati. Davide urla "Che mondo orribile è quello che costringe la gente a lavorare", e non puoi non pensare che abbia un po’ di ragione... poi ancora: "Ok baby, la vita è cattiva ma non l'ho inventata io...il concerto è finito", usuale raffica di vaffanculo urlati a squarciagola, e c'è spazio per le ultime tre stupide canzoni. Come sempre, i TARM non deludono.
Ed eccoci allo spinoso capitolo Verdena, gli headliner della serata. Musicalmente ineccepibili, non sbagliano (quasi) nulla, salgono sul palco e suonano i loro pezzi, Alberto tira fuori dalla chitarra suoni da elettrochoc, Roberta agita senza tregua la testa dall'improponibile cromatismo (tutto l'abbigliamento nel complesso è ancora più improbabile, ma questa è un'altra storia...), Luca picchia come suo solito e fa (letteralmente) volare i suoi piatti; ci sono molti brani da Requiem e
altrettanti dai dischi precedenti (sacrificato Solo Un Grande Sasso, troppo importante per la chimica di quelle canzoni il fu quarto Verdena e tastierista, il desaparecido Fidel); ci sono rabbia, adrenalina e sudore; ci sono le lunghe code psichedeliche, molto Pink Floyd, ed in questo i Verdena sono maestri indiscussi. Peccato che i tre macchino un compitino eseguito quasi alla perfezione, diciamo anche da otto e mezzo o nove meno, quando dai Pink Floyd si passa a scimmiottare atteggiamenti già visti una quindicina di anni fa dalle parti di Seattle, protagonisti tali Nirvana: dita medie all'indirizzo del pubblico, accenni di Valvonauta tra un pezzo e l'altro, domande come "Che pezzo volete sentire?", o "Non ce ne frega un cazzo di voi" biascicato, o ancora, il meglio del meglio: "Non abbiamo fatto nè Valvanauta nè Viba, ah!", poco prima di lasciare il palco, quasi una fuga, senza più rientrare.
Insomma, il tipico teatrino-Verdena che poteva funzionare qualche anno fa, quando l'età media dei tre era sui 20 anni; ma alla lunga il gioco riproposto ad ogni concerto risulta poco credibile, ed è inutile sbuffare e tenere il broncio davanti ad alcuni ovvi paragoni (a maggior ragione se si infila un "God is gay" in uno dei testi di Requiem: insomma, siamo grandicelli, eh!) .
Albino come Seattle?
Nel dubbio, meglio che in casa Ferrari nascondano i fucili...