domenica, 08 giugno 2008 | in : musica, recensioni, news


[Seth Cohen nell'istante in cui realizza di essere sempre stato un inconsapevole fan dei Velveteen, e si accinge a strappare il biglietto del concerto dei Death Cab For Cutie]


La Cogne della scena indie: se ne parla qui, qui, qui, qui e poi ancora qui.

Io mi chiedo: fosse giunto in redazione il disco dei misconosciuti crucchi Velveteen nella sua anonima (ed odiosa, che già vale mezzo voto in meno) bustina di plastica trasparente, su CD-R, titolo scritto con pennarello, corredato di copertina stampata "a getto di inchiostro", bene, questo disco che trattamento avrebbe ricevuto? Avrebbe mai avuto la minima possibilità di entrare nel novero delle nomination a "disco del mese"? Si sarebbe letta una recensione speculare a quella pubblicata, unica differenza Velveteen sta per DCFC? O forse il tutto sarebbe stato liquidato con quattro righe neutre ed un'inoffensiva sufficienza politica?
E se il voto viene dato solo ad un nome, che senso ha tutto il resto, recensioni e cliché e inchiostro e cellulosa?
EgoManiacKid @ 13:52 | commenti (8)(popup) | commenti (8)
venerdì, 04 aprile 2008 | in : musica, recensioni, from indie for bunnies
Questa recensione si può leggere anche su Indie For Bunnies

Immagini sgranate. Una figura goffa avvolta nel domopack scende da un trabiccolo spaziale e poggia il primo piede su una superficie deserta. Intorno l'oscurità. L’orma di una scarpa sparata dal tubo catodico sullo schermo in bianco e nero. 1969. Il mondo si ferma per alcuni istanti. La luna, o forse no. Perché in fondo, a pensarci bene, “non è possibile che l’uomo sia andato sulla luna”. Ironia vintage nelle parole de Il Genio, melodie retrò in bianco e nero, come quelle immagini sfocate che hanno fatto il giro di mezzo mondo, impresse nel Dna di chiunque sia nato nella seconda metà del XX secolo.

Il GenioCanzoni che nascono nei circuiti di un pc e che diventano vive grazie alle note di Gianluca De Rubertis (già negli Studiodavoli) ed alla voce di Alessandra Contini; un cantato quasi sussurrato il suo, una voce fragilissima  ed eterea che ricorda quella di Kazu Makino dei Blonde Redhead e ti spinge a maneggiare il disco con cura per la paura che una cosa talmente delicata si possa infrangere al minimo urto. Le due voci si rincorrono qua e là, l’una quasi evanescente, un po' lolita, un po' femme fatale; l’altra, quella di Gianluca, ruvida e consumata dal fumo di troppe sigarette. Creano atmosfere a metà strada tra il decadente e l’ironico, un electro-pop che per loro stessa definizione rifugge le linee rette per esprimersi attraverso spirali cariche di sensuali suggestioni e di ironici equilibrismi, ora in italiano, ora in francese.

Dalle sessioni casalinghe all'uscita inaugurale per la per la Disastro Records, costola della storica Cramps. La migliore tradizione italiana (“Fortuna è Sera”), la leggera e ammiccante pornofonia di metà novecento (“Pop Porno”), le raffinatezze dei boulevard parigini (“A Questo Punto” o "La Pathétique"), qua e là qualche schizzo di punk (il giro di basso à la Kinks in "Gli eroi del Kung Fu”). Strumenti vintage che più non si può ed un iPod alla batteria, a dispensare la giusta dose di asettica elettronica. A volte nella sua incommensurabile vacuità myspace riserva qualche piccola gioia: Il Genio ne è la prova. Un disco che si candida a scaricare più e più volte le batterie del mio lettore mp3, colonna sonora perfetta per i primi frizzanti pomeriggi primaverili. A breve ne parleranno in molti: voi fatevi furbi e giocate d'anticipo, qualcuno vi ringrazierà per la "geniale" dritta.

Voto: 8/10

In coda aggiungo: peccato! Molto probabilmente (e mi auguro di sbagliare) certe scelte penalizzeranno questo cd e questa band. In un momento storico in cui la circolazione di mp3 costituisce il canale preferenziale per far conoscere un gruppo nuovo e valido nella marea di melma internettiana (e non) che raggiunge le nostre orecchie quotidianamente, minacciare querele usando vocaboli come "intimiamo", "immediatamente", "penale" "autorità coercitiva", ed intraprendere donchisciottesche battaglie contro i mulini a vento non può che nuocere alla musica. Non credo che un mp3 possa arrecare enormi danni ad una band, come 20 anni fa non facevano danni le cassette a nastro registrate artigianalmente da chiunque... Non mi dilungo oltre: se ci si vuol mettere due spesse fette di prosciutto sugli occhi e non vedere in che direzione si muove ormai il mondo, bene, facciamolo, e diciamo che internet e gli mp3 uccidono la musica e le etichette ed i gruppi gggiovani.


Il Genio - Il GenioIl Genio – Il Genio

1. Le bugie Di François
2. Non è possibile
3. Pop porno
4. Applique
5. Tutto è come sei tu
6. A questo punto
7. Gli eroi del Kung Fu
8. L'orrore
9. Fortuna è sera
10. Povera stella
11. La pathétique
12. Una giapponese a Roma

EgoManiacKid @ 13:12 | commenti (13)(popup) | commenti (13)
sabato, 02 febbraio 2008 | in : musica, recensioni, from indie for bunnies
Questa recensione si può leggere anche su Indie For Bunnies

Mettiamo subito un paio di cose in chiaro. Punto uno: saranno pure giovanissimi, ma questi quattro ragazzi dello Yorkshire sanno il fatto loro. Sanno come fare a far muovere il culo alla gente. E non è roba da poco, conoscere il segreto per far muovere il culo alla gente. Loro sanno come fare. Non è roba da poco, ché in fondo la musica per fare breccia, o ti fa piangere, o ti fa muovere il culo. Gli Harrisons riescono meglio quando puntano a far dimenare i fondoschiena, non c’è dubbio. E sanno come fare il loro sporco lavoro.
Punto due: essere di casa ad Hillsborough, sobborgo di Sheffiled, non vuol dire automaticamente suonare come gli Arctic Monkeys, cazzo! Se una band ficca in una manciata di canzoni un basso galoppante ed una batteria nervosa, ed ha la fortuna di venire da quel bucolico eden musicale che è lo Yorkshire oggi, non scomodate le dannate scimmie artiche ad ogni occasione qualora ne dobbiate parlare (o scrivere). Non è necessario, sul serio: in cambio avrete la mia eterna ed inestimabile gratitudine.

HarrisonsNo Fighting In The War Room è figlio di ben altri padri, primi fra tutti i numi tutelari di certo punk rock britannico, rispondenti al sacro binomio Strummer & Weller. Si aprono le danze e fin da subito con “Dear Constable” gli accordi della chitarra ti arrivano dritti in faccia come cazzotti nel gelido inverno fuori da un pub di Sheffield, ti stendono sull’asfalto freddo e umido tra le case di mattoni rossi mentre la sezione ritmica disegna geometrie alla Clash più danzerecci. Energia pulsante e incazzature giovanili scorrono tra i solchi di questo disco (o tra le decisamente meno poetiche combinazioni binarie di uno e di zero di questo cd), essenziale e sfrontato come solo batteria, basso e due chitarre possono essere. Gli Harrisons shakerano  insieme i Jam ed i Verve, i Long Blondes con i Libertines, upbeat e dancefloor, punk e colletti blu, e ne viene fuori un disco ruvido e disarmante nella sua ingenuità, eterogeneo e dannatamente british.

Ci si può ballare su, pogare e cantare a squarciagola fino a perdere la voce, su certi ritornelli. Pezzi come “Man Of The Hour” o “Monday’s Arms” sono quasi degli inni, due accordi di chitarra e dei testi crudi e diretti per un “Combat Rock” ad uso e consumo della generazione nu-rave. Non c’è storia, questi quattro ragazzi di Sheffield conoscono il segreto per far muovere i fondoschiena. E non è roba da poco.

Voto: 7/10


Harrisons - No Fighting In The War RoomHarrisons - No Fighting In The War Room


1. Dear Constable

2. Man Of The Hour
3. Wishing Well
4. Little Boy Lost
5. Simmer Away
6. Take It To The Mattress
7. Listen
8. Monday's Arms
9. Medication Time
10. Sweet Crystal
11. Blue Note
12. Come For Me

EgoManiacKid @ 20:00 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
martedì, 29 gennaio 2008 | in : musica, recensioni, piccole gioie
Piccola segnalazione musicale per chi si trova a passare da questi lidi, prendete carta e penna e segnatevi questo nome: Ten Kens. Vengono dal freddo e sobrio Canada ma hanno il suono di una corsa acida sotto peyote nel crepuscolo messicano o nei più remoti recessi degli States, tra carcasse putrescenti e pinte di Corona. Rock malato e storto strafatto di mescalina, stoner e folk stuprato.
Scoperti casualmente girovagando tra myspace vari: non capitava da tempo qualcosa in grado di colpirmi al primo ascolto in questo modo.
Usciranno a giugno sotto FatCat Records, ma il disco si trova in rete perché a quanto pare (ma non ci metterei la mano sul fuoco) è stato già pubblicato in patria nel 2006.

Intanto qui sotto un piccolo assaggio:

Ten KensTen Kens - Ten Kens

 1. The Alternate Biker
 2. Downcome Home
 3. Refined
 
4. Y'all Come Back Now
 
5. Bearfight!
 
6. Cosby Pills
 7. The Prodigal Sum
 
8. Worthless And Oversimplified Ideas
 
9. A Decision Of Especial Relevance
10. The Whore Of Revelation
11. I Really Hope You Get To Retire
EgoManiacKid @ 02:20 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
mercoledì, 02 gennaio 2008 | in : musica, recensioni, news, piccole gioie
Lo sapevo io, che il vecchio Billy Corgan capace di scrivere canzoni decenti doveva essere ancora vivo, nascosto da qualche parte nel corpo di quel pelatone calato in improponibili tuniche da santone sotto LSD*.
Questo American Gothic Ep, uscito oggi (2 gennaio) su iTunes, ne è la conferma. Quattro pezzi acustici a nome Smashing Pumpkins che sembrano (quasi) sbucare da un qualsiasi singolo era Mellon Collies (insomma, chi ha ascoltato & apprezzato il box degli "Aeroplani" capirà). E viene da pensare che magari anche il discutibile Zeitgest, con qualche inutile riff ardroccheggiante e pomposissimo in meno, sarebbe stato ben più ascoltabile.

Un bell'inizio musicale per questo 2008. Il tutto reso ancora più gradito per il semplice fatto che non sapevo assolutamente nulla di questo disco o di nuovi pezzi pronti per le stampe.
Si ringrazia chi di dovere in quel di Chicago per l'apprezzatissima sorpresa.


* Sono falso come una banconota da quindici euro: ero ormai certo che quel pelatone di un Corgan si fosse inesorabilmente bevuto il cervello qualche giorno X intorno al 2000 d.C.


Smashing Pumpkins - American GothicThe Smashing Pumpkins - American Gothic EP

1. Again, Again, Again (The Crux)
2. Pox
3. Rose March
4. Sunkissed





EgoManiacKid @ 14:18 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
giovedì, 22 novembre 2007 | in : musica, recensioni, from indie for bunnies
42 RecordsPrima di tutto, una comunicazione importante: nasce 42 Records, nuova etichetta indipendente dell'italica terra. E parte bene, con una compilation tutta da scaricare gratuitamente qui. Avanti, scaricate ed ascoltate. Un in bocca al lupo per una lunga vita a 42 Records ed un grazire ad Onanrecords per la segnalazione sul suo blog.

Detto questo, ecco un'altra recensione, questa volta sugli amati e odiati, in ogni caso discussi, Babyshambles di Pete Doherty (anche questa la si può leggere su Indie For Bunnies). Aspetto i commenti su un disco (o meglio su un personaggio) che non può lasciare indifferenti: al mio via scatenate l'inferno!


BabyshamblesButtare giù quattro righe sull’ultimo disco sfornato dai Babyshambles non è affatto cosa facile, almeno per un paio di motivi. Primo: a me Pete e i suoi gruppi, prima i Libertines e poi quello di oggi, sono sempre piaciuti. Secondo: è costantemente in agguato lì dietro l’angolo il rischio di ritrovarsi a parlare solo di Mr. Doherty, “enfant terribile” e mascotte bistrattata dell’Inghilterra blairiana. Fiumi di inchiostro, quintali di pellicola fotografica e miriadi di servizi televisivi si sono sprecati per disquisire di volta in volta delle sostanze che circolano nelle vene di Pete (o in quelle del suo gatto), delle top model che gravitano attorno alla sua camera da letto, delle sue gite tra cliniche di disintossicazione e patrie galere britanniche.

Con Shotter’s Nation però i Babyshambles riescono a mostrare al mondo di essere qualcosa in più di un gruppo da tabloid e paparazzi; e in questo disco, a differenza di quanto nel precedente Down In Albion, i quattro suonano sul serio come una band e non come un giocattolo nelle mani di Doherty. Al produttore Stephen Street (Smiths e Blur nel suo curriculum dovrebbero bastarvi come referenze) va il merito di essere riuscito a fare quello di cui non era stato capace l’ex-Clash Mick Jones dietro la consolle su Down In Albion: imbrigliare l’impeto creativo del gruppo e plasmare il tutto in forma di un disco.
Shotter’s Nation infila dodici pezzi che sono la summa di quanto il rock albionico abbia espresso negli ultimi trent’anni: rock nudo e crudo, chitarre e sudore, e zero orpelli electro-indie che fanno tanto cool nel Babyshamblesnome del nu-rave e della contaminazione. I Babyshambles riescono meglio proprio sui pezzi lasciati più sporchi, quando imbracciano i loro strumenti e danno una lezione su quella che è l’anima del rock made in UK. Rock  svezzato in un garage nei sobborghi di Londra o tra i sottobicchieri e le pinte di un pub fumoso, e non attorno alla scrivania lucida di un manager in giacca e cravatta di una qualsiasi casa discografica.
Si parte con il riff sbilenco di “Carry Up The Morning” che fa molto Libertines, tanto per non dimenticare quello che è stato. E poi si continua citando tutto quello che c’era da citare: i Kinks dell’azzeccatissimo singolo "Delivery" ed i Jam, il blues malato di “There She Goes” ed i Clash, e poi ancora gli Smiths, gli Stone Roses e gli Who, passando per i Pulp ed i fratelli Gallagher. Il tutto condito dai testi di Doherty, che di certo è uno che di materiale su cui scrivere ne avrà in abbondanza.

Insomma, gli ingredienti ci sono tutti e sono anche mescolati per bene e cotti al punto giusto; forse qualche spezia in più avrebbe reso il tutto ancora più gustoso, perchè se proprio un limite si deve trovare, allora si può dire che in Shotter’s Nation i Babyshambles vanno sul sicuro, senza mai osare più del minimo necessario. Ma al giorno d’oggi Doherty e soci sono tra i pochi a riuscire nel coniugare l’estetica e la filosofia del rock con la buona musica. E scusate se è poco.

Voto: 8+/10


Tracklist:
Babyshambles - Shotter's Nation
1. Carry On Up The Morning Download now
2. Delivery
3. You Talk
4. UnBiloTitled
5. Side Of The Road
6. Crumb Begging Baghead
7. Unstookie Titled Download now
8. French Dog Blues
9. There She Goes
10. Baddie’s Boogie
11. Deft Left Hand
12. Lost Art Of Murder
EgoManiacKid @ 16:59 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
martedì, 20 novembre 2007 | in : musica, recensioni, from indie for bunnies
Visto che non sono fuori dal tunnel (cioè, sono fuori ma all'uscita c'era un altro cartello che diceva "attrenzione, altro tunnel!", e insomma il fatto é che m'ha spostato l'esame di quindici giorni, ed io sono privo di memoria a lungo termine, che m'hanno programmato solo con la RAM la quale si cancella ad ogni riavvio di sistema), vabbè, tagliando corto ecco una recensione (stagionata) di un gruppo veramente valido, che potete leggere anche su Indie For Bunnies.

Muzak I Muzak sono “l’altra faccia di una medaglia”, la faccia rivolta verso il basso, quella celata alla vista. Spuntano dal sottobosco musicale con un lavoro che è un piccolo scrigno contenente 13 gemme di rara bellezza. E come ogni tesoro che si rispetti, sono ben nascosti, bisogna saperli scovare nel marasma di gruppetti usa & getta. Ad ascoltare i pezzi del loro esordio In Case Of Loss, Please Return To: ci scommetteresti che vengano da nebbiose città anglosassoni o da freddi paesi scandinavi con le case in tinte pastello e la neve sui tetti a spiovente. Invece no, sono ben altre le latitudini dei Muzak: 40° parallelo a nord dell’equatore, estrema periferia sud est d’Italia, Salento: più vicini al Tropico che al Circolo Polare.
Ma non ci sono racconti di torride notti estive tra una pizzica e mille zanzare, né spiagge assolate e terra rossa di quella tanto decantata quanto inconsistente Giamaica italiana, nelle note dei Muzak. Il loro suono è quello delle onde di un inquieto mare invernale che sfoga sé stesso contro scogli nervosi, è il rumore di immobili distese di ulivi secolari squarciate all’improvviso da un temporale violento quanto rigenerante, è la quiete di paesini dimenticati da Dio dove l’inverno è un letargo troppo lungo, e anche una sala prove può servire a scuoterti da un ovattato torpore.

Non si lasciano classificare facilmente, i quattro Muzak, e questo gioca a loro favore: sanno disorientare l’ascoltatore con canzoni che ruotano intorno all’alchimia perfetta tra i suoni più eterogenei. Violini (quello di Paul de Jong dei The Books) e suonerie di cellulari, moog e fiati, chitarre elettriche e fisarmoniche, distorsioni e bande di paese, ogni elemento è al posto giusto eppure niente sembra mai scontato o banale. Esplosioni repentine rincorrono delicate e malinconiche suite strumentali spruzzate di psichedelia; tra le chitarre acustiche fa capolino l’elettronica (“Oxygen, Opiates And Other Pale Ideas” inizia come i migliori Radiohead dell’era Kid A), e una voce mai invadente si adagia qua e là. E poi c’è un pezzo come “If Me You Fly I Am Your Wings”, il climax dell’album, che apre con una nenia decadente e degrada nella marcia funebre finale.

Passione allo stato puro permea in ogni pezzo: è un disco che trasuda Passione, questo. Etichettarlo come post-rock sarebbe stato troppo semplice e riduttivo; esprimere con le parole tutto quello che contiene la musica di In Case Of Losss… è impresa titanica: solo le note possono parlare di sé stesse. Ogni posto ha i suoi inverni: Muzak è il suono dell’inverno in una terra di periferia.

Voto: 9,5/10



Tracklist:Muzak - In Case Of Loss, Please Return To:

1. The Holy Graal Is Buried Under The Football Ground
2. In Case Of Loss
3. First Time: Only Supernaut
4. Cathedrals In The Desert
5. The Trojan Horse Is Buried Under The Football Ground
6. Oxygen, Opiates And Other Pale Ideas
7. First Time: Only Supernaut (Coda)
8. Telemachus Is Walking On Arvasì
9. Keny. Lanisgoo.
10. In Case Of Dream Without Numbers
11. The Black Holes Help Us To Understand Our Next Microscopical Life
12. If Me You Fly I Am Your Wings
13. Sad Hydrogen And Small Hard Tack Fish
EgoManiacKid @ 15:17 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
mercoledì, 03 ottobre 2007 | in : recensioni, from indie for bunnies
Questa recensione si può leggere anche su Indie for Bunnies

Era il lontano 1990 quando in quel di Cuneo muoveva i primi passi lady Marlene Kuntz; cinque anni e molto sudore dopo nasceva Catartica, poi ecco Il Vile e ancora tanto, tanto altro. La Marlene di allora, quella delle origini, era pura rabbia giovanile implosa, era poesia raffinata ma aspra e tagliente, sdegno ed impotenza vomitati in faccia al mondo. Marlene sapeva infiammare con le sue urla e col suo impeto sonoro, ma era anche capace di accarezzare l’animo con le sue corde più delicate, di avvolgere ed ammantare, instillando palpiti e brividi. Era giovane e rabbiosa, delicata e seducente, la Marlene di quei giorni.

Poi, succede a tutti, si cresce, e crescendo si cambia: qualcuno dirà che si migliora, altri che si peggiora, tutti ti ripeteranno che "non sei più quello di una volta". Anche Marlene è cresciuta, ed anche a lei la gente dice che non è più quella di un tempo, che è cambiata ed ha dimenticato come colpire dritta al cuore. Ma lei sa che non è vero. La Marlene di oggi immaginatela come una donna matura, l’oceano che gorgheggiava ribollente al suo interno si è placato, come è giusto che sia; ma è sempre lei a parlare attraverso la voce sussurrata di Cristiano Godano, gli arpeggi di Riccardo Tesio e le pelli di Luca Bergia. Tanti ospiti in questo nuovo disco, dal piano di Paolo Conte al contrabbasso di Greg Cohen (già al fianco di Tom Waits), dagli artisti e scrittori che animano il booklet delle loro suggestioni alle foto di Marco Rainò. Ma l’anima di Marlene, la sua linfa vitale, restano quei tre, oggi come alle origini.

E’ un album sull’amore, Uno: da quello ideale e vagheggiato in “Musa” a quello più fisico e spinto di “Sapore di Miele”, a quello che si conclude lasciando dietro una scia di tormenti e spasimi (“Uno”). C’è la figura femminile al centro di ogni cosa, Musa e fonte di ispirazione di melodie e parole. Ci sono le fascinazioni di Godano per la letteratura russa, Nabokov su tutti. E c’è un disco che lascia spiazzati, un disco dalle tinte tenui e dalle chitarre rarefatte, lontano da ogni clichè rock, un disco da ascoltare più e più volte, da penetrare e da vivere con tutti i sensi. Affiorano suoni nuovi, come nell’incedere molto caposseliano di “Fantasmi”, testo al vetriolo ed un Godano quasi invasato, oppure in “Uno”, nella quale si scorgono frammenti dei migliori CSI, o ancora nelle magnificenti aperture orchestrali de La Ballata dell’Ignavo”. Le abilità poetiche di Cristiano sono fuori discussione, ed ora più che mai i testi sono indissolubilmente intrecciati alle trame sonore. Non manca qualche momento meno brillante, ma nel complesso Uno tiene botta e mostra una band in costante evoluzione, vogliosa di sperimentare sempre su livelli altissimi. Lo cantava un tempo Ferretti, lo canta Godano oggi, “è una questione di qualità”, ora più che mai.

Non è un disco facile, questo. Marlene chiede piena dedizione. Se cercate un disco da autoradio, meglio cercarlo altrove.

Voto: 8,5/10



Tracklist:

1. Canto
2. Musa
3. 111
4. Canzone Ecologica
5. Fantasmi
6. La Ballata dell’Ignavo
7. Abbracciami
8. Sapore di Miele
9. Canzone Sensuale
10. Negli Abissi fra i Palpiti
11. Stato d’Animo
12. Uno

EgoManiacKid @ 23:28 | commenti (8)(popup) | commenti (8)
venerdì, 28 settembre 2007 | in : musica, recensioni
Questa recensione si può leggere anche su Indie for Bunnies

1990s - CookiesPochi tratti, nome del gruppo e titolo del disco su fondo bianco: una copertina essenziale, un po’ come la musica che è celata nell’involucro. Ma un dettaglio è fondamentale, in questa copertina: leggi Rough Trade in alto a sinistra, e sai già che molto probabilmente non resterai deluso da quello che stai per ascoltare. I 1990s, a dispetto di un nome che rievoca alla mente la decade d’oro del britpop, per la loro opera prima volgono lo sguardo ben più indietro nel tempo, a quei Seventies di francobolli psichedelici e di amplificatori valvolari saturati a colpi di riff, dei Kinks e del glam, di David Bowie e di Lou Reed su tutti.
Jackie McKeown, faccia da folletto e leader del gruppo, Jamie McMorrow, ex-bassista (ex perché proprio mentre scrivo apprendo dal sito ufficiale che ha appena lasciato la band) e Michael McGaughrin, batterista, sono loro i tre 1990s: tre nomi che tradiscono subito la provenienza scozzese, più precisamente dalla prolifica Glasgow, già casa di gente come Jesus and Mary Chain, Belle and Sebastien, Travis e Franz Ferdinand, tanto per citare qualcuno a caso. Spulciando il curriculum della band si scopre poi che Jackie e Jamie1990s hanno suonato negli Yummy Fur insieme ad Alex Kapranos e Paul Thompson, 2/4 dei Franz Ferdinand: ecco che le varie parti del puzzle 1990s si ricompongono e diventano sempre più chiare le loro coordinate musicali. Indie rock, si, ma senza pretese intellettualoidi né attitudini maniaco depressive che fanno tanto cool in certi ambienti: i 1990s invece sono spudoratamente dei cazzoni fuori di testa, e si sente ben chiaro che suonano per divertirsi e divertire. Irriverenti e sfacciati quando ripetono “My cult status keeps me alive”, spesso completamente sboccati, a tratti al limite della decenza, i tre di Glasgow riescono a buttare giù una manciata di brani dall’esuberante freschezza e semplicità. Non si resiste ai motivetti facili di pezzi come “You’re Supposed To Be My Friend” o “Arcade Precinct”, ai riff di chitarra belli tondi ed orecchiabili (e qui ci sono tutti i cugini Franz Ferdinand) e al calore di un suono deliziosamente vintage.
Un disco ad alta gradazione alcolica, questo “Cookies”, con un aroma molto retrò, che tra controcanti, fischi e lalalà gira nel lettore che é un piacere e porta una fresca folata di vitalità e divertimento: consigliatissimo per fronteggiare lo stress da autunno impellente.

Voto: 7,5/10



Tracklist:

1. You Made Me Like It
2. See You At The Lights
3. Cult Status
4. Arcade Precinct
5. Switch
6. Enjoying Myself
7. You're Supposed To Be My Friend
8. Pollokshields
9. Risque Pictures
10. Weed
11. Thinking Of Not Going
12. Situation

EgoManiacKid @ 11:00 | commenti (popup) | commenti
domenica, 12 agosto 2007 | in : recensioni, concerti

S'arriva alla lochescion che mentre cerchiamo parcheggio, mangiamo panini con salame e facciamo i biglietti (e ci facciamo annullare la mano con un improbabile timbro da ufficio postale), il primo gruppo locale, tali Logo, già finiscono di suonare l'ultima canzone. Non classificati.

Ci si posiziona in zona più o meno tranquilla, a dovuta distanza da pogatori assassini e sudati e ubriachi di vino in lattina da 2 litri (ché fa schifo quando 'sti tipi sudati e pelosi e senza maglietta ti si strofinano sulle braccia, lasciandoti unto ed appiccicaticcio). Attaccano i Leitmotiv, e sono un'ottima sorpresa: eclettici, veloci, a tratti quasi indemoniati, un po’ Litfiba vecchio stile, un po’ Cramps, un frontman abbastanza schizzato da saper catalizzare l'attenzione del pubblico: una piacevole scoperta.

Spread Your Legs @ Sud Est IndipendenteEd è il turno degli Spread Your Legs, freschi di esperienza fiorentina all'Italia Wave, il gruppo che volevo vedere da tempo.... C'è carica e grinta, ci sono i Bloc Party che incontrano i Franz Ferdinand, ma non capisco la necessità per un gruppo salentino di parlare in inglese a Gallpoli durante gli intermezzi; continuo a non capire perchè esordire sul palco urlando il proprio nome e incazzarsi perché il pubblico non fa la riverenza (e poi ripetere la scenetta più o meno dopo ogni canzone); tutto molto scenografico, tutto molto british style, per carità, ma Liam Gallagher lo faceva a New York, lo stesso giochino, e non nello Stadio Comunale di Gallipoli. In futuro, forse, capirò... forse. I pezzi sono trascinanti, i riferimenti musicali sono moooooolto evidenti, le chitarre sprigionano un massiccio muro sonoro, peccato solo che qua e là il tutto risulti un po’ troppo confuso e impastato. Poteva andare meglio, Glastonbury può attendere...

Tre Allegri Ragazzi Morti @ Sud Est IndipendenteTocca ai big: i Tre Allegri Ragazzi Morti sono una garanzia, quasi vent'anni passati a portare in giro per l'Italia "l'incerdibile spettacolo de la vida, l'incredibile spettacolo de la muerte". I nuovi pezzi dall'ultimissimo album La Seconda Rivoluzione Sessuale si alternano con i classici della band di Pordenone, El Tofo e compagni, maschere calate sul volto, suonano le loro "stupide" canzoni rock'n'roll ed è impossibile restare fermi. Alice in Città, Batteri, La Salamandra, Si Parte, Il Mondo Prima, Catena, Il Principe in Bicicletta, sono solo alcuni dei brani suonati. Davide urla "Che mondo orribile è quello che costringe la gente a lavorare", e non puoi non pensare che abbia un po’ di ragione... poi ancora: "Ok baby, la vita è cattiva ma non l'ho inventata io...il concerto è finito", usuale raffica di vaffanculo urlati a squarciagola, e c'è spazio per le ultime tre stupide canzoni. Come sempre, i TARM non deludono.

Ed eccoci allo spinoso capitolo Verdena, gli headliner della serata. Musicalmente ineccepibili, non sbagliano (quasi) nulla, salgono sul palco e suonano i loro pezzi, Alberto tira fuori dalla chitarra suoni da elettrochoc, Roberta agita senza tregua la testa dall'improponibile cromatismo (tutto l'abbigliamento nel complesso è ancora più improbabile, ma questa è un'altra storia...), Luca picchia come suo solito e fa (letteralmente) volare i suoi piatti; ci sono molti brani da Requiem eVerdena @ Sud Est Indipendente altrettanti dai dischi precedenti (sacrificato Solo Un Grande Sasso, troppo importante per la chimica di quelle canzoni il fu quarto Verdena e tastierista, il desaparecido Fidel); ci sono rabbia, adrenalina e sudore; ci sono le lunghe code psichedeliche, molto Pink Floyd, ed in questo i Verdena sono maestri indiscussi. Peccato che i tre macchino un compitino eseguito quasi alla perfezione, diciamo anche da otto e mezzo o nove meno, quando dai Pink Floyd si passa a scimmiottare atteggiamenti già visti una quindicina di anni fa dalle parti di Seattle, protagonisti tali Nirvana: dita medie all'indirizzo del pubblico, accenni di Valvonauta tra un pezzo e l'altro, domande come "Che pezzo volete sentire?", o "Non ce ne frega un cazzo di voi" biascicato, o ancora, il meglio del meglio: "Non abbiamo fatto nè Valvanauta nè Viba, ah!", poco prima di lasciare il palco, quasi una fuga, senza più rientrare.
Insomma, il tipico teatrino-Verdena che poteva funzionare qualche anno fa, quando l'età media dei tre era sui 20 anni; ma alla lunga il gioco riproposto ad ogni concerto risulta poco credibile, ed è inutile sbuffare e tenere il broncio davanti ad alcuni ovvi paragoni (a maggior ragione se si infila un "God is gay" in uno dei testi di Requiem: insomma, siamo grandicelli, eh!) .

Albino come Seattle?
Nel dubbio, meglio che in casa Ferrari nascondano i fucili...

EgoManiacKid @ 12:37 | commenti (8)(popup) | commenti (8)