venerdì, 04 aprile 2008 | in : musica, recensioni, from indie for bunnies
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Immagini sgranate. Una figura goffa avvolta nel domopack scende da un trabiccolo spaziale e poggia il primo piede su una superficie deserta. Intorno l'oscurità. L’orma di una scarpa sparata dal tubo catodico sullo schermo in bianco e nero. 1969. Il mondo si ferma per alcuni istanti. La luna, o forse no. Perché in fondo, a pensarci bene, “non è possibile che l’uomo sia andato sulla luna”. Ironia vintage nelle parole de Il Genio, melodie retrò in bianco e nero, come quelle immagini sfocate che hanno fatto il giro di mezzo mondo, impresse nel Dna di chiunque sia nato nella seconda metà del XX secolo.

Il GenioCanzoni che nascono nei circuiti di un pc e che diventano vive grazie alle note di Gianluca De Rubertis (già negli Studiodavoli) ed alla voce di Alessandra Contini; un cantato quasi sussurrato il suo, una voce fragilissima  ed eterea che ricorda quella di Kazu Makino dei Blonde Redhead e ti spinge a maneggiare il disco con cura per la paura che una cosa talmente delicata si possa infrangere al minimo urto. Le due voci si rincorrono qua e là, l’una quasi evanescente, un po' lolita, un po' femme fatale; l’altra, quella di Gianluca, ruvida e consumata dal fumo di troppe sigarette. Creano atmosfere a metà strada tra il decadente e l’ironico, un electro-pop che per loro stessa definizione rifugge le linee rette per esprimersi attraverso spirali cariche di sensuali suggestioni e di ironici equilibrismi, ora in italiano, ora in francese.

Dalle sessioni casalinghe all'uscita inaugurale per la per la Disastro Records, costola della storica Cramps. La migliore tradizione italiana (“Fortuna è Sera”), la leggera e ammiccante pornofonia di metà novecento (“Pop Porno”), le raffinatezze dei boulevard parigini (“A Questo Punto” o "La Pathétique"), qua e là qualche schizzo di punk (il giro di basso à la Kinks in "Gli eroi del Kung Fu”). Strumenti vintage che più non si può ed un iPod alla batteria, a dispensare la giusta dose di asettica elettronica. A volte nella sua incommensurabile vacuità myspace riserva qualche piccola gioia: Il Genio ne è la prova. Un disco che si candida a scaricare più e più volte le batterie del mio lettore mp3, colonna sonora perfetta per i primi frizzanti pomeriggi primaverili. A breve ne parleranno in molti: voi fatevi furbi e giocate d'anticipo, qualcuno vi ringrazierà per la "geniale" dritta.

Voto: 8/10

In coda aggiungo: peccato! Molto probabilmente (e mi auguro di sbagliare) certe scelte penalizzeranno questo cd e questa band. In un momento storico in cui la circolazione di mp3 costituisce il canale preferenziale per far conoscere un gruppo nuovo e valido nella marea di melma internettiana (e non) che raggiunge le nostre orecchie quotidianamente, minacciare querele usando vocaboli come "intimiamo", "immediatamente", "penale" "autorità coercitiva", ed intraprendere donchisciottesche battaglie contro i mulini a vento non può che nuocere alla musica. Non credo che un mp3 possa arrecare enormi danni ad una band, come 20 anni fa non facevano danni le cassette a nastro registrate artigianalmente da chiunque... Non mi dilungo oltre: se ci si vuol mettere due spesse fette di prosciutto sugli occhi e non vedere in che direzione si muove ormai il mondo, bene, facciamolo, e diciamo che internet e gli mp3 uccidono la musica e le etichette ed i gruppi gggiovani.


Il Genio - Il GenioIl Genio – Il Genio

1. Le bugie Di François
2. Non è possibile
3. Pop porno
4. Applique
5. Tutto è come sei tu
6. A questo punto
7. Gli eroi del Kung Fu
8. L'orrore
9. Fortuna è sera
10. Povera stella
11. La pathétique
12. Una giapponese a Roma

EgoManiacKid @ 13:12 | commenti (13)(popup) | commenti (13)
sabato, 02 febbraio 2008 | in : musica, recensioni, from indie for bunnies
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Mettiamo subito un paio di cose in chiaro. Punto uno: saranno pure giovanissimi, ma questi quattro ragazzi dello Yorkshire sanno il fatto loro. Sanno come fare a far muovere il culo alla gente. E non è roba da poco, conoscere il segreto per far muovere il culo alla gente. Loro sanno come fare. Non è roba da poco, ché in fondo la musica per fare breccia, o ti fa piangere, o ti fa muovere il culo. Gli Harrisons riescono meglio quando puntano a far dimenare i fondoschiena, non c’è dubbio. E sanno come fare il loro sporco lavoro.
Punto due: essere di casa ad Hillsborough, sobborgo di Sheffiled, non vuol dire automaticamente suonare come gli Arctic Monkeys, cazzo! Se una band ficca in una manciata di canzoni un basso galoppante ed una batteria nervosa, ed ha la fortuna di venire da quel bucolico eden musicale che è lo Yorkshire oggi, non scomodate le dannate scimmie artiche ad ogni occasione qualora ne dobbiate parlare (o scrivere). Non è necessario, sul serio: in cambio avrete la mia eterna ed inestimabile gratitudine.

HarrisonsNo Fighting In The War Room è figlio di ben altri padri, primi fra tutti i numi tutelari di certo punk rock britannico, rispondenti al sacro binomio Strummer & Weller. Si aprono le danze e fin da subito con “Dear Constable” gli accordi della chitarra ti arrivano dritti in faccia come cazzotti nel gelido inverno fuori da un pub di Sheffield, ti stendono sull’asfalto freddo e umido tra le case di mattoni rossi mentre la sezione ritmica disegna geometrie alla Clash più danzerecci. Energia pulsante e incazzature giovanili scorrono tra i solchi di questo disco (o tra le decisamente meno poetiche combinazioni binarie di uno e di zero di questo cd), essenziale e sfrontato come solo batteria, basso e due chitarre possono essere. Gli Harrisons shakerano  insieme i Jam ed i Verve, i Long Blondes con i Libertines, upbeat e dancefloor, punk e colletti blu, e ne viene fuori un disco ruvido e disarmante nella sua ingenuità, eterogeneo e dannatamente british.

Ci si può ballare su, pogare e cantare a squarciagola fino a perdere la voce, su certi ritornelli. Pezzi come “Man Of The Hour” o “Monday’s Arms” sono quasi degli inni, due accordi di chitarra e dei testi crudi e diretti per un “Combat Rock” ad uso e consumo della generazione nu-rave. Non c’è storia, questi quattro ragazzi di Sheffield conoscono il segreto per far muovere i fondoschiena. E non è roba da poco.

Voto: 7/10


Harrisons - No Fighting In The War RoomHarrisons - No Fighting In The War Room


1. Dear Constable

2. Man Of The Hour
3. Wishing Well
4. Little Boy Lost
5. Simmer Away
6. Take It To The Mattress
7. Listen
8. Monday's Arms
9. Medication Time
10. Sweet Crystal
11. Blue Note
12. Come For Me

EgoManiacKid @ 20:00 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
giovedì, 22 novembre 2007 | in : musica, recensioni, from indie for bunnies
42 RecordsPrima di tutto, una comunicazione importante: nasce 42 Records, nuova etichetta indipendente dell'italica terra. E parte bene, con una compilation tutta da scaricare gratuitamente qui. Avanti, scaricate ed ascoltate. Un in bocca al lupo per una lunga vita a 42 Records ed un grazire ad Onanrecords per la segnalazione sul suo blog.

Detto questo, ecco un'altra recensione, questa volta sugli amati e odiati, in ogni caso discussi, Babyshambles di Pete Doherty (anche questa la si può leggere su Indie For Bunnies). Aspetto i commenti su un disco (o meglio su un personaggio) che non può lasciare indifferenti: al mio via scatenate l'inferno!


BabyshamblesButtare giù quattro righe sull’ultimo disco sfornato dai Babyshambles non è affatto cosa facile, almeno per un paio di motivi. Primo: a me Pete e i suoi gruppi, prima i Libertines e poi quello di oggi, sono sempre piaciuti. Secondo: è costantemente in agguato lì dietro l’angolo il rischio di ritrovarsi a parlare solo di Mr. Doherty, “enfant terribile” e mascotte bistrattata dell’Inghilterra blairiana. Fiumi di inchiostro, quintali di pellicola fotografica e miriadi di servizi televisivi si sono sprecati per disquisire di volta in volta delle sostanze che circolano nelle vene di Pete (o in quelle del suo gatto), delle top model che gravitano attorno alla sua camera da letto, delle sue gite tra cliniche di disintossicazione e patrie galere britanniche.

Con Shotter’s Nation però i Babyshambles riescono a mostrare al mondo di essere qualcosa in più di un gruppo da tabloid e paparazzi; e in questo disco, a differenza di quanto nel precedente Down In Albion, i quattro suonano sul serio come una band e non come un giocattolo nelle mani di Doherty. Al produttore Stephen Street (Smiths e Blur nel suo curriculum dovrebbero bastarvi come referenze) va il merito di essere riuscito a fare quello di cui non era stato capace l’ex-Clash Mick Jones dietro la consolle su Down In Albion: imbrigliare l’impeto creativo del gruppo e plasmare il tutto in forma di un disco.
Shotter’s Nation infila dodici pezzi che sono la summa di quanto il rock albionico abbia espresso negli ultimi trent’anni: rock nudo e crudo, chitarre e sudore, e zero orpelli electro-indie che fanno tanto cool nel Babyshamblesnome del nu-rave e della contaminazione. I Babyshambles riescono meglio proprio sui pezzi lasciati più sporchi, quando imbracciano i loro strumenti e danno una lezione su quella che è l’anima del rock made in UK. Rock  svezzato in un garage nei sobborghi di Londra o tra i sottobicchieri e le pinte di un pub fumoso, e non attorno alla scrivania lucida di un manager in giacca e cravatta di una qualsiasi casa discografica.
Si parte con il riff sbilenco di “Carry Up The Morning” che fa molto Libertines, tanto per non dimenticare quello che è stato. E poi si continua citando tutto quello che c’era da citare: i Kinks dell’azzeccatissimo singolo "Delivery" ed i Jam, il blues malato di “There She Goes” ed i Clash, e poi ancora gli Smiths, gli Stone Roses e gli Who, passando per i Pulp ed i fratelli Gallagher. Il tutto condito dai testi di Doherty, che di certo è uno che di materiale su cui scrivere ne avrà in abbondanza.

Insomma, gli ingredienti ci sono tutti e sono anche mescolati per bene e cotti al punto giusto; forse qualche spezia in più avrebbe reso il tutto ancora più gustoso, perchè se proprio un limite si deve trovare, allora si può dire che in Shotter’s Nation i Babyshambles vanno sul sicuro, senza mai osare più del minimo necessario. Ma al giorno d’oggi Doherty e soci sono tra i pochi a riuscire nel coniugare l’estetica e la filosofia del rock con la buona musica. E scusate se è poco.

Voto: 8+/10


Tracklist:
Babyshambles - Shotter's Nation
1. Carry On Up The Morning Download now
2. Delivery
3. You Talk
4. UnBiloTitled
5. Side Of The Road
6. Crumb Begging Baghead
7. Unstookie Titled Download now
8. French Dog Blues
9. There She Goes
10. Baddie’s Boogie
11. Deft Left Hand
12. Lost Art Of Murder
EgoManiacKid @ 16:59 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
martedì, 20 novembre 2007 | in : musica, recensioni, from indie for bunnies
Visto che non sono fuori dal tunnel (cioè, sono fuori ma all'uscita c'era un altro cartello che diceva "attrenzione, altro tunnel!", e insomma il fatto é che m'ha spostato l'esame di quindici giorni, ed io sono privo di memoria a lungo termine, che m'hanno programmato solo con la RAM la quale si cancella ad ogni riavvio di sistema), vabbè, tagliando corto ecco una recensione (stagionata) di un gruppo veramente valido, che potete leggere anche su Indie For Bunnies.

Muzak I Muzak sono “l’altra faccia di una medaglia”, la faccia rivolta verso il basso, quella celata alla vista. Spuntano dal sottobosco musicale con un lavoro che è un piccolo scrigno contenente 13 gemme di rara bellezza. E come ogni tesoro che si rispetti, sono ben nascosti, bisogna saperli scovare nel marasma di gruppetti usa & getta. Ad ascoltare i pezzi del loro esordio In Case Of Loss, Please Return To: ci scommetteresti che vengano da nebbiose città anglosassoni o da freddi paesi scandinavi con le case in tinte pastello e la neve sui tetti a spiovente. Invece no, sono ben altre le latitudini dei Muzak: 40° parallelo a nord dell’equatore, estrema periferia sud est d’Italia, Salento: più vicini al Tropico che al Circolo Polare.
Ma non ci sono racconti di torride notti estive tra una pizzica e mille zanzare, né spiagge assolate e terra rossa di quella tanto decantata quanto inconsistente Giamaica italiana, nelle note dei Muzak. Il loro suono è quello delle onde di un inquieto mare invernale che sfoga sé stesso contro scogli nervosi, è il rumore di immobili distese di ulivi secolari squarciate all’improvviso da un temporale violento quanto rigenerante, è la quiete di paesini dimenticati da Dio dove l’inverno è un letargo troppo lungo, e anche una sala prove può servire a scuoterti da un ovattato torpore.

Non si lasciano classificare facilmente, i quattro Muzak, e questo gioca a loro favore: sanno disorientare l’ascoltatore con canzoni che ruotano intorno all’alchimia perfetta tra i suoni più eterogenei. Violini (quello di Paul de Jong dei The Books) e suonerie di cellulari, moog e fiati, chitarre elettriche e fisarmoniche, distorsioni e bande di paese, ogni elemento è al posto giusto eppure niente sembra mai scontato o banale. Esplosioni repentine rincorrono delicate e malinconiche suite strumentali spruzzate di psichedelia; tra le chitarre acustiche fa capolino l’elettronica (“Oxygen, Opiates And Other Pale Ideas” inizia come i migliori Radiohead dell’era Kid A), e una voce mai invadente si adagia qua e là. E poi c’è un pezzo come “If Me You Fly I Am Your Wings”, il climax dell’album, che apre con una nenia decadente e degrada nella marcia funebre finale.

Passione allo stato puro permea in ogni pezzo: è un disco che trasuda Passione, questo. Etichettarlo come post-rock sarebbe stato troppo semplice e riduttivo; esprimere con le parole tutto quello che contiene la musica di In Case Of Losss… è impresa titanica: solo le note possono parlare di sé stesse. Ogni posto ha i suoi inverni: Muzak è il suono dell’inverno in una terra di periferia.

Voto: 9,5/10



Tracklist:Muzak - In Case Of Loss, Please Return To:

1. The Holy Graal Is Buried Under The Football Ground
2. In Case Of Loss
3. First Time: Only Supernaut
4. Cathedrals In The Desert
5. The Trojan Horse Is Buried Under The Football Ground
6. Oxygen, Opiates And Other Pale Ideas
7. First Time: Only Supernaut (Coda)
8. Telemachus Is Walking On Arvasì
9. Keny. Lanisgoo.
10. In Case Of Dream Without Numbers
11. The Black Holes Help Us To Understand Our Next Microscopical Life
12. If Me You Fly I Am Your Wings
13. Sad Hydrogen And Small Hard Tack Fish
EgoManiacKid @ 15:17 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
mercoledì, 03 ottobre 2007 | in : recensioni, from indie for bunnies
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Era il lontano 1990 quando in quel di Cuneo muoveva i primi passi lady Marlene Kuntz; cinque anni e molto sudore dopo nasceva Catartica, poi ecco Il Vile e ancora tanto, tanto altro. La Marlene di allora, quella delle origini, era pura rabbia giovanile implosa, era poesia raffinata ma aspra e tagliente, sdegno ed impotenza vomitati in faccia al mondo. Marlene sapeva infiammare con le sue urla e col suo impeto sonoro, ma era anche capace di accarezzare l’animo con le sue corde più delicate, di avvolgere ed ammantare, instillando palpiti e brividi. Era giovane e rabbiosa, delicata e seducente, la Marlene di quei giorni.

Poi, succede a tutti, si cresce, e crescendo si cambia: qualcuno dirà che si migliora, altri che si peggiora, tutti ti ripeteranno che "non sei più quello di una volta". Anche Marlene è cresciuta, ed anche a lei la gente dice che non è più quella di un tempo, che è cambiata ed ha dimenticato come colpire dritta al cuore. Ma lei sa che non è vero. La Marlene di oggi immaginatela come una donna matura, l’oceano che gorgheggiava ribollente al suo interno si è placato, come è giusto che sia; ma è sempre lei a parlare attraverso la voce sussurrata di Cristiano Godano, gli arpeggi di Riccardo Tesio e le pelli di Luca Bergia. Tanti ospiti in questo nuovo disco, dal piano di Paolo Conte al contrabbasso di Greg Cohen (già al fianco di Tom Waits), dagli artisti e scrittori che animano il booklet delle loro suggestioni alle foto di Marco Rainò. Ma l’anima di Marlene, la sua linfa vitale, restano quei tre, oggi come alle origini.

E’ un album sull’amore, Uno: da quello ideale e vagheggiato in “Musa” a quello più fisico e spinto di “Sapore di Miele”, a quello che si conclude lasciando dietro una scia di tormenti e spasimi (“Uno”). C’è la figura femminile al centro di ogni cosa, Musa e fonte di ispirazione di melodie e parole. Ci sono le fascinazioni di Godano per la letteratura russa, Nabokov su tutti. E c’è un disco che lascia spiazzati, un disco dalle tinte tenui e dalle chitarre rarefatte, lontano da ogni clichè rock, un disco da ascoltare più e più volte, da penetrare e da vivere con tutti i sensi. Affiorano suoni nuovi, come nell’incedere molto caposseliano di “Fantasmi”, testo al vetriolo ed un Godano quasi invasato, oppure in “Uno”, nella quale si scorgono frammenti dei migliori CSI, o ancora nelle magnificenti aperture orchestrali de La Ballata dell’Ignavo”. Le abilità poetiche di Cristiano sono fuori discussione, ed ora più che mai i testi sono indissolubilmente intrecciati alle trame sonore. Non manca qualche momento meno brillante, ma nel complesso Uno tiene botta e mostra una band in costante evoluzione, vogliosa di sperimentare sempre su livelli altissimi. Lo cantava un tempo Ferretti, lo canta Godano oggi, “è una questione di qualità”, ora più che mai.

Non è un disco facile, questo. Marlene chiede piena dedizione. Se cercate un disco da autoradio, meglio cercarlo altrove.

Voto: 8,5/10



Tracklist:

1. Canto
2. Musa
3. 111
4. Canzone Ecologica
5. Fantasmi
6. La Ballata dell’Ignavo
7. Abbracciami
8. Sapore di Miele
9. Canzone Sensuale
10. Negli Abissi fra i Palpiti
11. Stato d’Animo
12. Uno

EgoManiacKid @ 23:28 | commenti (8)(popup) | commenti (8)