S'arriva alla lochescion che mentre cerchiamo parcheggio, mangiamo panini con salame e facciamo i biglietti (e ci facciamo annullare la mano con un improbabile timbro da ufficio postale), il primo gruppo locale, tali Logo, già finiscono di suonare l'ultima canzone. Non classificati.
Ed è il turno degli Spread Your Legs, freschi di esperienza fiorentina all'Italia Wave, il gruppo che volevo vedere da tempo.... C'è carica e grinta, ci sono i Bloc Party che incontrano i Franz Ferdinand, ma non capisco la necessità per un gruppo salentino di parlare in inglese a Gallpoli durante gli intermezzi; continuo a non capire perchè esordire sul palco urlando il proprio nome e incazzarsi perché il pubblico non fa la riverenza (e poi ripetere la scenetta più o meno dopo ogni canzone); tutto molto scenografico, tutto molto british style, per carità, ma Liam Gallagher lo faceva a New York, lo stesso giochino, e non nello Stadio Comunale di Gallipoli. In futuro, forse, capirò... forse. I pezzi sono trascinanti, i riferimenti musicali sono moooooolto evidenti, le chitarre sprigionano un massiccio muro sonoro, peccato solo che qua e là il tutto risulti un po’ troppo confuso e impastato. Poteva andare meglio, Glastonbury può attendere...
Tocca ai big: i Tre Allegri Ragazzi Morti sono una garanzia, quasi vent'anni passati a portare in giro per l'Italia "l'incerdibile spettacolo de la vida, l'incredibile spettacolo de la muerte". I nuovi pezzi dall'ultimissimo album
altrettanti dai dischi precedenti (sacrificato Solo Un Grande Sasso, troppo importante per la chimica di quelle canzoni il fu quarto Verdena e tastierista, il desaparecido Fidel); ci sono rabbia, adrenalina e sudore; ci sono le lunghe code psichedeliche, molto Pink Floyd, ed in questo i Verdena sono maestri indiscussi. Peccato che i tre macchino un compitino eseguito quasi alla perfezione, diciamo anche da otto e mezzo o nove meno, quando dai Pink Floyd si passa a scimmiottare atteggiamenti già visti una quindicina di anni fa dalle parti di Seattle, protagonisti tali Nirvana: dita medie all'indirizzo del pubblico, accenni di Valvonauta tra un pezzo e l'altro, domande come "Che pezzo volete sentire?", o "Non ce ne frega un cazzo di voi" biascicato, o ancora, il meglio del meglio: "Non abbiamo fatto nè Valvanauta nè Viba, ah!", poco prima di lasciare il palco, quasi una fuga, senza più rientrare.
Insomma, il tipico teatrino-Verdena che poteva funzionare qualche anno fa, quando l'età media dei tre era sui 20 anni; ma alla lunga il gioco riproposto ad ogni concerto risulta poco credibile, ed è inutile sbuffare e tenere il broncio davanti ad alcuni ovvi paragoni (a maggior ragione se si infila un "God is gay" in uno dei testi di Requiem: insomma, siamo grandicelli, eh!) .
Albino come Seattle?
Nel dubbio, meglio che in casa Ferrari nascondano i fucili...








