
Appunti di viaggio - Kotor, August 2007


S'arriva alla lochescion che mentre cerchiamo parcheggio, mangiamo panini con salame e facciamo i biglietti (e ci facciamo annullare la mano con un improbabile timbro da ufficio postale), il primo gruppo locale, tali Logo, già finiscono di suonare l'ultima canzone. Non classificati.
Ed è il turno degli Spread Your Legs, freschi di esperienza fiorentina all'Italia Wave, il gruppo che volevo vedere da tempo.... C'è carica e grinta, ci sono i Bloc Party che incontrano i Franz Ferdinand, ma non capisco la necessità per un gruppo salentino di parlare in inglese a Gallpoli durante gli intermezzi; continuo a non capire perchè esordire sul palco urlando il proprio nome e incazzarsi perché il pubblico non fa la riverenza (e poi ripetere la scenetta più o meno dopo ogni canzone); tutto molto scenografico, tutto molto british style, per carità, ma Liam Gallagher lo faceva a New York, lo stesso giochino, e non nello Stadio Comunale di Gallipoli. In futuro, forse, capirò... forse. I pezzi sono trascinanti, i riferimenti musicali sono moooooolto evidenti, le chitarre sprigionano un massiccio muro sonoro, peccato solo che qua e là il tutto risulti un po’ troppo confuso e impastato. Poteva andare meglio, Glastonbury può attendere...
Tocca ai big: i Tre Allegri Ragazzi Morti sono una garanzia, quasi vent'anni passati a portare in giro per l'Italia "l'incerdibile spettacolo de la vida, l'incredibile spettacolo de la muerte". I nuovi pezzi dall'ultimissimo album
altrettanti dai dischi precedenti (sacrificato Solo Un Grande Sasso, troppo importante per la chimica di quelle canzoni il fu quarto Verdena e tastierista, il desaparecido Fidel); ci sono rabbia, adrenalina e sudore; ci sono le lunghe code psichedeliche, molto Pink Floyd, ed in questo i Verdena sono maestri indiscussi. Peccato che i tre macchino un compitino eseguito quasi alla perfezione, diciamo anche da otto e mezzo o nove meno, quando dai Pink Floyd si passa a scimmiottare atteggiamenti già visti una quindicina di anni fa dalle parti di Seattle, protagonisti tali Nirvana: dita medie all'indirizzo del pubblico, accenni di Valvonauta tra un pezzo e l'altro, domande come "Che pezzo volete sentire?", o "Non ce ne frega un cazzo di voi" biascicato, o ancora, il meglio del meglio: "Non abbiamo fatto nè Valvanauta nè Viba, ah!", poco prima di lasciare il palco, quasi una fuga, senza più rientrare.
Insomma, il tipico teatrino-Verdena che poteva funzionare qualche anno fa, quando l'età media dei tre era sui 20 anni; ma alla lunga il gioco riproposto ad ogni concerto risulta poco credibile, ed è inutile sbuffare e tenere il broncio davanti ad alcuni ovvi paragoni (a maggior ragione se si infila un "God is gay" in uno dei testi di Requiem: insomma, siamo grandicelli, eh!) .
Albino come Seattle?
Nel dubbio, meglio che in casa Ferrari nascondano i fucili...

...Un Cuore C'è Lo Ankio! - Galatone, August 2007
Sole. Sole rovente. Sole a picco su un qualsiasi deserto americano, di quelli che si possono vedere in un qualsiasi film americano. Un serpente d’asfalto infuocato si stende su un tappeto di sabbia. Qualche sparuto cactus si staglia nel paesaggio desolato e riarso. Una Harley sfreccia sulla strada, percorre quella lunga striscia grigia senza inizio e senza fine. Il rumore del vento e le note abrasive di Baby 81 come colonna sonora.
Chiusa la parentesi acustica di Howl, i tre BRMC tornano a percorrere la vecchia strada: rock cupo, psichedelia malata e chitarre fangose, venature country ed ammiccamenti a sonorità di stampo anglosassone (non a caso il paragone con i Jesus and Mary Chain sembra essere il più gettonato dalla stampa ed il meno sopportato dalla stessa band). Baby 81, è la summa di tutti questi elementi, lo scontro e la fusione tra l’anima folk e l’attitudine rock, probabilmente il migliore tra tutti i dischi targati BRMC. Tutto nell’album suona al posto giusto, fin dalle primissime note dell’incipit di Took Out A Loan: i BRMC sono questo, riff ossessivi e graffianti, rock’n’roll sporco quanto basta per essere dannatamente sexy e le voci di Peter Hayes e Robert Turner che si adagiano stancamente su un corposo tappeto sonoro fatto di chitarre taglienti e basso nevrotico. Berlin e Weapon of Choice sono due proiettili al vetriolo, due schegge impazzite, la prima con la sua martellante ritmica simil-elettronica, la seconda col suo ritornello-anthem esplosivo. C’è anche spazio per un pianoforte à
Tracklist:
1. Took Out A Loan
2.
3. Weapon Of Choice
4. Window
5. Cold Wind
6. Not What You Wanted
7. 666 Conducer
8. All You Do Is Talk
9. Lien On Your Dreams
10. Need Some Air
11. Killing The Light
12. American X
13. Am I Only